Nel mio lavoro mi rifaccio a un particolare tipo di terapia breve, e cioè la terapia dinamica interpersonale breve (TDI), elaborata da Alessandra Lemma, Mary Target e Peter Fonagy (2011) in Inghilterra.
Si tratta di un approccio di tipo psicodinamico.
Con questo aggettivo si descrivono quegli orientamenti che presuppongono l’esistenza di un piano psichico sottostante, cioè inconscio, che determina il funzionamento conscio, superficiale, in cui troviamo le emozioni, i sintomi e i comportamenti umani.
Il punto di vista psicodinamico coincide quindi, sostanzialmente, con la prospettiva psicoanalitica che, fin dalle sue origini, ha sempre sostenuto un’idea di psiche in cui i fenomeni della coscienza sono sovraordinati, cioè determinati, da dinamiche inconsce.
In quest’ottica i sintomi e la sofferenza psicologica derivano da fenomeni più profondi, che “lavorano” nell’inconscio: conflitti tra istanze psichiche, modelli relazionali interni disfunzionali, deficit strutturali sottostanti.
Seguendo questo ragionamento, ne deriva che solo se si affrontano e si risolvono le problematiche sottostanti si possono ridurre la sofferenza e la sintomatologia denunciate dal paziente.
La TDI utilizza un approccio interpersonale perché ai fini della cura si focalizza sulle relazioni del paziente: quelle interne, quelle interiorizzate nel passato sotto forma di modelli impliciti, e quelle esterne, con altri soggetti significativi, e con il terapeuta. Alla base di questo orientamento c’è il presupposto, dimostrato dalla ricerca scientifica, che le persone si strutturano e funzionano in un certo modo, in ragione delle vicende di attaccamento vissute in vari contesti relazionali, a partire dalla famiglia di origine. Per questo l’approccio interpersonale ritiene che l’universo di relazioni interne/esterne di un soggetto sia connesso ai problemi della sua vita attuale e sia l’origine dei sintomi depressivi, ansiosi o di qualunque altro genere. Per questo motivo lavora proprio sulle relazioni del soggetto, per modificare i suoi sintomi e risolvere lo stato di disagio.
La TDI si ispira a vari approcci psicoanalitici appartenenti alla tradizione psicoanalitica relazionale: la teoria delle relazioni oggettuali (Fairbairn, Winnicott, ecc.), l’approccio interpersonale (Sullivan), la teoria dell’attaccamento (Bowlby), la Psicologia del Sé (Kohut) e la teoria della mentalizzazione (Fonagy).
La TDI nasce in Inghilterra in un contesto di importanti finanziamenti pubblici nel settore delle psicoterapie pubbliche, conseguenti ai preoccupanti livelli di sofferenza psicologica manifestati dalla popolazione a fine anni ’90.
Nel vasto programma di sostegno economico alle cure psicoterapeutiche pubbliche, erano richiesti approcci di psicoterapia che rispondessero essenzialmente a due criteri: la brevità dell’intervento e la presenza di studi che dimostrassero scientificamente l’efficacia delle procedure proposte.
La TDI unisce all’affidabilità di una evidence based therapy (cioè una terapia efficace sulla base di dimostrazioni scientifiche) una sostenibilità economica, poiché è progettata per raggiungere l’obiettivo della riduzione o la cura dei sintomi dello spettro ansioso e depressivo in un percorso di 16 incontri.
La TDI possiede tutte le caratteristiche delle Psicoterapie brevi che abbiamo visto:
La presenza di un focus denominato FAIP (focus affettivo interpersonale). Il Faip viene individuato durante le prime quattro sedute e sarà quello su cui si concentrerà la terapia.
Si tratta del modello relazionale interno che organizza l’esperienza del paziente: che modula gli affetti, e dirige il comportamento che giustifica i sintomi.
Il FAIP è uno schema di relazioni interne che organizza la psiche di una certa persona. Possiamo vederlo come l’insieme di aspettative di un certo soggetto circa l’andamento e l’esito delle relazioni. Aspettative che assumono la consistenza di un modello operativo interno, entro cui verranno vissute e instradate tutte le relazioni. Per descrivere questo modello possiamo prendere a prestito la descrizione di Kernberg, per cui il modello relazionale interno si compone di una rappresentazione di Sé, una rappresentazione dell’oggetto (dell’altro) e un affetto che li lega.
Per esempio, se un individuo possiede un modello Operativo inconscio costituito da un Sé “brutto-difettoso” e un oggetto (una rappresentazione generale dell’altro) “umiliante”, e se la paura che ne consegue è l’emozione che permea questo prototipo interno di relazione, egli tenderà a impregnare e ricondurre tutte le relazioni a questo modello.
Il numero di colloqui è stato fissato a 16, più per esigenze di bilancio che di funzionalità, perché, come ricordato sopra, la TDI viene erogata in Inghilterra come servizio pubblico.
Per quanto mi riguarda, tendo a concordare con il paziente un numero di colloqui superiore, tra i 20 e i 24.
La TDI può essere applicata, come le altre terapie brevi, solo dopo avere valutato l’idoneità del paziente. Per ricavare giovamento da un percorso di questo tipo, il soggetto deve soddisfare alcuni criteri. Deve essere presente una sufficiente forza dell’Io, cioè la sintomatologia non deve essere così grave da comprometterne le capacità esecutive e di giudizio, l’esame di realtà, l’ancoraggio a un’identità coesa. Va valutata, inoltre, la capacità di governare gli impulsi e una certa dose di angoscia. Spesso, un buon modo per valutare la forza dell’Io è quello di osservare quanto siano preservate le capacità di gestire relazioni di amicizia o sentimentali e di svolgere un’attività lavorativa.
Un soggetto idoneo a svolgere una TDI deve tollerare un approccio esplorativo e analitico; quindi deve essere capace e disposto a riflettere su ciò che accade nella sua vita, e a mettere da parte l’urgenza di avere strategie pratiche (ricette semplici) per alleviare i sintomi. Deve aderire alla prospettiva di lavorare su tematiche affettive e interpersonali ai fini della riduzione dei suoi disagi. Deve accettare l’idea di riflettere sulla relazione terapeutica, separando i sentimenti provati verso il terapeuta (rabbia, fastidio, ecc.) dalla volontà di indagare, insieme al terapeuta stesso, il significato di quei sentimenti, per capire meglio come funziona la propria mente.
Un soggetto è idoneo alla TDI se è disposto a smettere di dipingersi come vittima del destino, se ha interesse a scoprire come egli stesso contribuisce inconsapevolmente alla sofferenza di cui si lamenta e se ha voglia di uscire dalla passività per cambiare qualcosa. Deve, infine, essere in grado di entrare in contatto con sentimenti e temi interpersonali dolorosi che possono essere difficili da gestire.
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