Trattamento del trauma relazionale

Vari sono gli approcci che possono essere utilizzati per affrontare le conseguenze del trauma. Come già detto, consideriamo il trauma come un concetto generale, che comprende non solo avvenimenti psicologicamente sconvolgenti come incidenti, rischi di morte per eventi naturali, ecc., ma anche abusi fisici e sessuali, trascuratezza, deficit e insulti evolutivi, precoci fallimenti empatici, attribuzioni malevole, attaccamenti ansiosi e disorganizzati.

Le varie tipologie di intervento si incentrano essenzialmente sulla ri-elaborazione degli eventi traumatici del passato, a partire dalla loro riattualizzazione nel qui e ora.

Il ruolo della terapia è quello di rilevare i vari ambiti in cui il trauma si ripete, e favorire la metabolizzazione di quelle emozioni che in origine non sono state  elaborate. In questo percorso è importante, innanzitutto, differenziare il trauma passato dalla realtà attuale. Rendere il paziente più consapevole di come l’esperienza di oggi sia distorta dal passato. Per esempio, ricordando al paziente, che molto di ciò che  può osservare nel presente sono solo ricordi di sentimenti intensi e soverchianti del passato. Che molti affetti vissuti nel qui e ora sono in realtà “ trapianti di passato nel presente”. Questa distinzione tra il “vero” presente e il passato traumatico che si insinua nel presente, mutandone forme e colori, si effettua aumentando gradualmente le capacità di regolazione affettiva e di pensiero riflessivo del paziente.

Varie sono le strategie per facilitare la rielaborazione dei sentimenti riferiti al trauma. Alcune si fondano su un approccio psicoanalitico: importanti sono, per esempio, le indicazioni di autori come Fonagy, Bateman, che consigliano una terapia incentrata sulla mentalizzazione; oppure le indicazioni di Kernberg, Clarkin, Yeomans, che usano un approccio basato sulle relazioni oggettuali. Altri metodi sono incentrati maggiormente sul corpo, come la terapia senso-motoria, che afferma che il trauma si fissa sul corpo e qui vada letto ed elaborato, con una serie di strategie dedicate ( Ogden, Minton, Pain 2006).

Nel trauma gioca un ruolo essenziale, non solo il sentimento soverchiante implicato dall’esperienza traumatica,  ma anche la necessità di impedire la consapevolezza dei significati legati a ciò che è stato vissuto. Come a suo tempo ricordato meravigliosamente da Sandor Ferenczi, nel suo scritto “ La confusione delle lingue”, il bambino abusato (traumatizzato) deve gestire due realtà completamente incompatibili: da una parte il fatto che la persona che abusa risulta mostruosa, abominevole e spaventosa, e  dall’altro che quella stessa persona coincide con colui o colei che in altre situazioni si rivela invece gentile e amorevole e che da essa  dipende completamente. Il bambino vede nell’abusante, contemporaneamente, qualcosa di terrificante e qualcuno di cui ha disperato bisogno. Ed è per questo che non sente di potere intaccare la relazione. Egli è obbligato a proteggere dentro di sé l’immagine di quel genitore cattivo, perché ha solo quello , non può “scegliersene un altro”, e da lui dipende la propria sopravvivenza. Se poi gli altri familiari si comportano come se non stesse succedendo niente (se per esempio l’abuso viene negato dall’altro genitore e dai familiari), la situazione si complica.

Il bambino è costretto, ai fini di preservare le relazioni di cui ha bisogno per sopravvivere, ad attuare un atteggiamento del tipo “non sapere quello che si sa”, creando così un vincolo che schiaccia la mente e il pensiero riflessivo, che lo porta a dubitare di ciò che percepisce.

Per questo le persone che hanno vissuto esperienze traumatiche continuano a utilizzare modalità dissociative e cioè ad  affrontare la sofferenza non vedendo quello che c’è, annebbiando la consapevolezza, dimenticando gli eventi, ritenendo che tutto vada bene, nonostante la catastrofe: un po’ come nella vecchia storiella “Tutto va bene madam La Marchesa”.

Diversi autori hanno descritto queste dissociazioni in soggetti traumatizzati in termini di stati multipli del sé. In questo contesto, si ammette l’esistenza di  un’identità nucleare, che risulta però in continua tensione con una molteplicità di Sé alternativi. Questa prospettiva converge verso una visione del trattamento inteso come processo che facilita la riparazione e l’integrazione di aspetti dell’esperienza di sé, precedentemente frammentati o distaccati, che spesso fanno sentire la loro presenza in interazioni e il cui significato non è esplicito o viene negato. Philip Bromberg ha spiegato questa strategia terapeutica come un “restare negli spazi” tra i sé dissociati.

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