La teoria dell’attaccamento nasce grazie a John Bowlby, in un’opera in tre volumi, divenuta un classico della psicologia e della psicoanalisi, intitolata Attaccamento e perdita (1969, 1973, 1980). In essa si afferma che la personalità umana si organizza intorno a un bisogno fondamentale, quello cioè di sentirsi al sicuro. Per raggiungere questo obiettivo di sicurezza, la natura ha elaborato un istinto innato che ricerca la vicinanza protettiva di una figura di riferimento, ogni volta che intervengono condizioni di pericolo, paura, sofferenza, ecc..
Possiamo facilmente constatare tutto questo: quando ci sentiamo impauriti, feriti o esposti ad attacchi dal mondo esterno cerchiamo la protezione e la vicinanza di una qualche persona, che riteniamo in grado di consolarci e rassicurarci: un genitore, un partener, un familiare, un amico/a, ecc..
Ma la teoria dell’attaccamento dice anche un’altra cosa fondamentale: questa tendenza innata a cercare la rassicurazione dell’altro in caso di “pericolo”, e soggetta alla storia e alle esperienze di vita del soggetto e può anche trasformarsi, alterarsi e “distorcersi” in concomitanza di esperienze relazionali inadeguate, durante l’infanzia. Questo significa che ognuno di noi elabora a seconda della storia delle proprie relazioni, soprattutto quelle precoci con la madre, un particolare stile di attaccamento. Esso è specifico per ogni persona, ed è la modalità relazionale che usiamo abitualmente per ritrovare uno stato di sicurezza e “regolazione interna” in condizioni in cui ci siamo sentiti minacciati da qualcosa, preoccupati, spaventati, tristi, in cui siamo a disagio o semplicemente, stiamo male. Lo stile di attaccamento descrive in qualche modo il funzionamento della persona in situazioni critiche. Per questo è uno dei modi per descrivere la personalità.
Possiamo parlare di uno stile di attaccamento”normale” quando la persona ha la capacità di essere autonoma, di fare le proprie esperienze, sentendosi in grado di affrontare le difficoltà che possono emergere, avendo fiducia che le cose possono essere gestite in modo ottimale. Nell’attaccamento “normale”, in caso di paura, insicurezza e pericolo che vanno oltre le proprie capacità di regolazione, il soggetto riusce a rivolgersi a chi gli vuole bene, cercando un contatto empatico, caratterizzato da “calore” e sintonia, che è in grado di rassicurarlo e rinfrancarlo. Questi momenti sono come dei rifornimenti di sicurezza che consentono alla persona di procedere, recuperando una certa serenità. Lo stile di attaccamento appena descritto viene definito “attaccamento sicuro”.
Purtroppo però ci sono persone che, a causa di relazioni con genitori “non sufficientemente buoni”, hanno dovuto correggere la naturale propensione alla ricerca della protezione e vicinanza dell’altro. In certi casi, per esempio, osserviamo persone che non riescono a rivolgersi gli altri in caso di bisogno; piuttosto, tendono a proteggersi da soli. Questi soggetti sono isolati affettivamente dagli altri, e impostano la propria vita relazionale all’insegna del distanziamento e del non riuscire a lasciarsi andare. Questo stile di attaccamento viene chiamato “attaccamento insicuro evitante – distanziante”.
In altri casi invece la figura di riferimento non è ricercata solo in caso di pericolo o paura, ma è come se la persona avesse bisogno della vicinanza costante dell’altro, anche per le normali difficoltà della vita, per lo svolgimento di piccole incombenze. Non riesce a sentirsi tranquillo se non sa dov’è l’altro, cosa sta facendo, quando ritornerà. Le separazioni e la solitudine per questi soggetti sono fonte di insicurezza e angoscia, a volte ingestibili. E’ come se non avessero la capacità di autoregolare le proprie emozioni negative. Solo l’altro può stabilizzarle. E’ come ricercare costantemente qualcuno a cui “dare la mano”, per sentirsi al sicuro e tranquilli. Allo stesso tempo però, quando l’altro è presente, si può provare rabbia nei suoi confronti per le distanze messe precedentemente. Questo stile di attaccamento viene definito “attaccamento insicuro ansioso – resistente”.
Stili di attaccamento nell’infanzia: la Strange Situation
Attaccamento sicuro
Attaccamento insicuro evitante – distanziante
Attaccamento insicuro ambivalente – resistente
Quando si ricongiunge con la madre si aggrappa e non riesce a consolarsi, e alternativamente la picchia. Sembrano esserci sentimenti ambivalenti, paura di essere abbandonato e rabbia.
La madre di questi bambini, tende a dare precedenza alle sue emozioni piuttosto che a quelle del figlio. Gli impone le proprie priorità, interviene nei giochi del figlio per portare a termine compiti che spettano a lui, interrompe il gioco per abbracciarlo. E’ una madre intrusiva costantemente assorbita nelle sue preoccupazioni, sentite come urgenti e prioritarie. Questi bambini sono ipervigili, in ansia per la non disponibilità della madre e impauriti dal rischio di essere abbandonati.
Attaccamento disorganizzato/disorientato
Questi bambini hanno subito un accudimento incoerente, disorganizzato. Non sanno cosa aspettarsi dalla madre. In certi momenti essa è intrusiva in altri abbandonante, in altri ancora, impulsiva. Il bambino reagisce con uno stile di attaccamento dove non c’è protezione dalla disregolazione della madre perchè quest’ultima è imprevedibile. Non può nè aggrapparsi, nè isolarsi e allora sviluppa angoscia durante le separazioni e durante i ricongiungimenti invece di avvinarsi alla madre se ne và. Sembra confuso, intontito, in stato dissociativo.