Difesa dissociativa: origini
La dissociazione è una difesa che la psiche utilizza per neutralizzare emozioni negative estremamente destabilizzanti. Viene utilizzata da individui che durante l’infanzia hanno subito ripetuti traumi, per esempio abusi di vario genere. In questi casi il bambino impara ad affrontare gli eventi terrificanti in cui si trova direttamente coinvolto, entrando in uno stato di “paralisi psichica”, in una specie di trance che sospende l’esperienza con l’obiettivo di non viverla, poiché troppo al di là della capacità di metabolizzarla.
Sintomi dissociativi
Questa modalità difensiva può conservarsi e generare nell’adulto una serie di disturbi dissociativi che hanno in comune la presenza di stati separati di esperienza compartimentalizzati, cioè isolati l’uno dall’altro.
Uno di questi disturbi è il Disturbo Dissociativo di Identità, quello che un tempo veniva chiamata doppia personalità. Ne abbiamo un esempio celeberrimo nel romanzo di Stevenson “Lo strano caso del Dr. Jekyll and Mr. Hyde”. In questo disturbo convivono due o più identità (o personalità) nello stesso soggetto, ognuna con i suoi modi percettivi, di pensiero, affettivi e relazionali. Queste personalità multiple assumono in modo ricorrente il controllo del comportamento dell’individuo. Il rapporto tra questi “stati separati del Sè” puo essere di tipo diverso: se la dissociazione è meno marcata, l’identità A sa che nei panni dell’identità B sì è detto o fatto qualcosa, ma appare distaccata, come se non le appartenesse. Se invece la dissociazione è totale ogni identità è completamente all’oscuro dell’esistenza delle altre.
Nell’amnesia dissociativa ci sono dei vuoti nei ricordi dell’individuo, dei veri e propri blackout, cioè intervalli di tempo di cui il soggetto non ha traccia nella memoria. A volte, durante il blackout temporale la persona vaga da un luogo all’altro e quando torna in sé risulta disorientata poiché non sa come è giunta nel luogo in cui si trova. Spesso, questo disturbo compromette le memorie di eventi del passato: per esempio può capitare che non si abbia alcuna traccia, nei propri ricordi, di una persona che biograficamente sappiamo essere stata rilevante.
Un altro disturbo dissociativo è quello di depersonalizzazione/derealizzazione . Consiste nel ripetersi di episodi di depersonalizzazione o derealizzazione, o entrambi. Si tratta di stati in cui il soggetto ha una percezione alterata di sé o della realtà. Nella depersonalizzazione, può esserci la sensazione di essere staccati dal corpo, o dall’ambiente: affermazioni tipiche di chi soffre di questo disturbo sono: “mi sento strano come se non fossi reale, come se fossi isolato, fuori dal mondo”, oppure “ mi sento come se fossi dietro i globi oculari e guardassi attraverso un oblò: sono io in un corpo che non mi appartiene”.
Sul piano emotivo si provano delle emozioni che però sono vissute come “false” oppure le emozioni sono assenti ( “non ho più alcun sentimento”). Durante gli episodi ci si può sentire distaccati dai propri pensieri, come se le parole fossero emesse in automatico e staccate dai propri ricordi, come se le esperienze non appartenessero al soggetto.
Nella derealizzazione, che solitamente si presenta in concomitanza alla depersonalizzazione, il mondo viene percepito come irreale, strano, come un’ambientazione “virtuale”, un’immagine bidimensionale o un ologramma tridimensionale.
Questo disturbo è spesso connesso a un disturbo di personalità borderline o ossessivo compulsivo e può avere gradi di gravità differenti. Nelle situazioni più gravi gli episodi risultano estremamente penosi per chi li vive.
Significato del disturbo dissociativo
La presenza di disturbi dissociativi può essere spiegata come il ricorso a difese dissociative, che a loro volta hanno a che fare con episodi infantili ripetuti, in cui il Sé è stato offeso, maltrattato e nei casi più gravi, abusato. In questi casi la dissociazione ha la funzione di isolare l’esperienza traumatica e le emozioni connesse attraverso una divisione insolcabile tra stati del Sé differenti. Tutto questo allo scopo di preservare almeno una parte di vita che “vale la pena vivere” e “mettere sotto il tappeto” quella parte di esperienza che risulta impossibile da elaborare.






