Adolescenza: cosa capita in questa fase di vita?

Cosa è l’adolescenza ?

 

Fiumi di inchiostro e chilometri di pellicola cinematografica sono stati usati per raccontare l’adolescenza. Questa parola richiama nella mente di ognuno di noi ricordi e suggestioni di un’epoca che associamo a grandi emozioni ed esaltazioni: gioie memorabili, da un lato, e dolori, struggimenti, delusioni, dall’altra.

L’adolescenza è l’età delle tempeste emotive, degli innamoramenti irrazionali, degli odi ciechi. È la stagione delle prese di posizione estreme, della fiducia smisurata nelle proprie possibilità e della disperazione per i propri limiti; della voracità intellettuale e sentimentale, della rinuncia romantica che può giungere all’autodistruzione. Il percorso di ricerca di sé nell’adolescenza passa attraverso molteplici vicende in cui si intrecciano eccessi, grandi idealismi, tristezze infinite, rabbia distruttrice e creatrice, addii e grandi inizi.

L’adolescenza è l’età del cambiamento. Come l’etimologia della parola indica: adolescere significa in latino “crescere”. Segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta, è l’età di mezzo dominata dalla trasformazione. L’adolescente non è più un bambino e non è ancora un adulto, e questo duplice movimento, di abbandono e negazione dell’infanzia da un lato, e di ricerca di uno statuto stabile di adulto dall’altro, costituisce l’essenza stessa del processo psichico che ogni adolescente attraversa.

L’adolescenza, come ogni altro processo di “passaggio”, è caratterizzata dal coesistere di tendenze opposte, dalla instabilità propria di ogni trasformazione, dalle rotture, dalle rinunce e dalla costruzione di aspetti psichici e modalità di funzionamento nuovi.

Ma quali strumenti abbiamo per capirla? Come interpretare i comportamenti, le conflittualità, i dilemmi, le paure che occupano la scena mentale di genitori e ragazzi durante questa età di mezzo?

 

Modello biologico

 

In passato, il modello biologico ha interpretato gli eccessi emotivi osservabili in adolescenza come conseguenza di un processo programmato biologicamente, che consiste in uno sconvolgimento ormonale che modifica il corpo e poi la mente a partire dai 12 anni circa.

Non c’è dubbio che è merito di un interruttore biologico se alle soglie della pubertà inizia quel processo di cambiamento che porterà il cucciolo d’uomo a diventare adulto. Ma certo non possiamo dire che l’adolescenza sia solo una questione biologica e ormonale. Il suo dispiegarsi si appoggia soprattutto su dinamiche differenti, di natura psicologica, relazionale e sociale.

L’adolescenza è il prodotto della cultura e del contesto sociale

Innanzitutto dobbiamo dire che non è un fenomeno universale e omogeneo ma culturalmente specifico, cioè dipendente dall’ambiente culturale di appartenenza.

Gli studi antropologico-culturali sono giunti alla conclusione che c’è una correlazione tra la natura dell’adolescenza e il grado di complessità della società in cui si vive: più la società è complessa, più l’adolescenza è lunga e conflittuale. Nelle culture primitive, per esempio, semplicemente non esisteva, oppure coincideva con specifici riti di passaggio. Invece, nelle culture occidentali attuali, è molto complessa e ha notevole durata.

Inoltre, all’interno di una certa cultura, la natura dell’adolescenza risente anche di fattori psico-socio-economici. Nella nostra società occidentale, per esempio, è così come la osserviamo, anche in ragione di fattori quali il grado di benessere raggiunto, i valori dominanti, la durata del processo di scolarizzazione, l’impatto delle nuove tecnologie, la crisi di credibilità delle istituzioni, il grado di fiducia nel futuro, ecc.

Se il piano sociale influenza le peculiarità distintive dell’adolescenza, possiamo dire che le caratteristiche dell’adolescente attuale non possono che risentire delle specificità della società contemporanea; di quella società che Zygmunt Bauman ha definito liquida. Una società meno comunitaria e più individualistica, in cui vengono a mancare i punti di riferimento, e l’apparire diventa valore in sé, in cui sembra prevalere la convinzione che il cambiamento sia l’unica cosa permanente, e l’incertezza l’unica certezza.

Queste caratteristiche sociali hanno una corrispondenza sul piano della psicologia dell’adolescenza; e questa “corrispondenza” si chiama narcisismo. Le modalità dell’adolescente odierno sono più improntate al narcisismo, perché per i ragazzi e le ragazze di oggi la preoccupazione più grande riguarda l’immagine di sé; l’essere accettati, riconosciuti, ammirati, magari invidiati perché  aspirano a un Sé forte, bello, ammirabile, eroico. Il narcisismo “impera” perché nella società liquida, improntata all’individualismo e priva di certezze, è necessario essere “liquidi”. È  necessario bastare a se stessi, non avere bisogno di appoggi e punti di riferimento (che esistono sempre meno). In questo panorama, le regole passano in secondo piano, non garantiscono più alcuna sicurezza.

 

L’adolescenza dal punto di vista psicologico

 

Sul piano psicologico, l’adolescenza è una fase della vita attraversata da profondi mutamenti, sia sul piano cognitivo, sia su quello affettivo.

 

Adolescenza: cambiamenti cognitivi

 

Sul piano cognitivo, avvengono in adolescenza importanti mutamenti che coinvolgono gli apparati di acquisizione, trattamento e utilizzo della conoscenza. Non solo; soprattutto le modalità di pensiero e di ragionamento vanno incontro a profondi sconvolgimenti. Come illustrato da J. Piaget, in questa fase si costituisce la capacità di ragionare in modo astratto, così l’adolescente si affranca  dal mondo concreto e ha accesso al mondo del possibile.

Forse una delle manifestazioni più evidenti di questa trasformazione la osserviamo nell’uso dell’intellettualizzazione, un meccanismo tipicamente adolescenziale che consiste nell’uso del ragionamento logico razionale per tentare di dare sostegno ai propri desideri e comportamenti. Spesso questo utilizzo della razionalità appare eccessivo, e contribuisce a un ragionamento che rischia di essere rigido e privo di complessità. L’intento sembra quello di ottenere un controllo onnipotente sulla realtà.

Un momento in cui possiamo accorgerci chiaramente di cosa sia l’intellettualizzazione adolescenziale è quando, nelle discussioni con i genitori, in merito a questioni particolarmente nodali, come per esempio gli orari di rientro a casa, l’utilizzo del tempo, o le richieste di autonomia, l’adolescente fa sfoggio di inedite capacità logico-dialettiche che, non di rado , mettono in difficoltà i suoi interlocutori adulti.

 

 

Adolescenza e definizione dell’identità.

 

Le difficoltà e le crisi dell’adolescente hanno a che fare con il compito di definizione dell’identità. L’identità riassume l’immagine che abbiamo di noi stessi, contiene tutto ciò che sappiamo di noi stessi: le nostre risorse, i nostri limiti, le nostre idiosincrasie, ecc. È alla base del nostro agire, del nostro relazionarci ed è collegata con il sentimento che abbiamo di noi, cioè l’autostima.

L’adolescente si trova a dover ricostruire da zero la propria identità, perché i mutamenti corporei e l’acquisizione dei caratteri sessuali hanno reso inservibile l’identità infantile a cui ha fatto riferimento finora. Si tratta di costruire una rappresentazione sufficientemente stabile e coerente che definisca la sua persona adulta e che risponda alla domanda : “Chi sono io?”, dopo che i mutamenti somatici, cognitivi, sociali, hanno sconvolto la sua vita, cambiando completamente il suo universo. Gli studi psicologici e psicoanalitici relativi all’adolescenza hanno riservato al tema della formazione dell’identità adulta un’attenzione particolare, considerando tale aspetto come una vera e propria prospettiva da cui analizzare il processo adolescenziale stesso.

 

Secondo Erikson, l’acquisizione di un’identità adulta stabile e integrata avviene in adolescenza tramite l’identificazione con i pari o con figure adulte significative. Questo transito dall’infanzia all’età adulta non è banale, perché si tratta di un passaggio che risulta carico di ambivalenze. L’adolescente si agita cioè tra il desiderio di non abbandonare le sicurezze e le garanzie del mondo infantile e l’irresistibile richiamo verso il mondo adulto.

Erikson parla di “crisi di identità” nel definire il tentativo di superamento della confusione e dell’ambivalenza, per insediarsi in una identità più stabile, coerente e separata dagli altri. Si tratta della crisi che è propria dello stadio adolescenziale attraverso cui si acquisisce l’identità adulta. Quest’ultima, non dipenderà soltanto dal modo in cui l’adolescente saprà affrontare la crisi di identità, ma dipenderà anche dalle crisi di sviluppo delle fasi evolutive precedenti. In questo modo Erikson sottolinea che il processo di formazione dell’identità non è circoscrivibile all’adolescenza, ma risente anche delle esperienze infantili.

 

 

Adolescenza dal punto di vista affettivo

 

 

Adolescenza: importanza dell’immagine di sé e relazioni improntate all’essere confermati

 

Il Sé può essere inteso come quell’agglomerato di aspetti strutturali, rappresentazionali, affettivi, riferiti a noi stessi, che ci autodefinisce.

I vari autori sono concordi nell’affermare che un aspetto peculiare dell’adolescenza è una sorta di indebolimento del Sé che si verifica in questa fase.

Ciò deriva dal fatto che il passaggio dal bambino all’adulto implica una fase di ristrutturazione del Sé che dovrà congedarsi dal Sé infantile e costituirsi come Sé maturo. Questo crea inevitabilmente una fase di incertezza che rende il sentimento di identità labile e incerto, ed è per questi motivi che l’adolescente è spesso alla disperata ricerca di sostegni narcisistici, cioè modelli che lo definiscano e lo facciano sentire bravo e valido. Questa ricerca finalizzata a capire chi è passa attraverso una serie di relazioni di conferma: dal confronto con i pari, fino all’identificazione con figure idealizzate come il cantante o il divo del momento.

Di fronte a questa breccia che si apre nell’ego, osserviamo un aumento delle preoccupazioni rivolte alla propria persona e alla comparsa di meccanismi di difesa tesi a proteggere l’amor proprio. Tra questi, primo fra tutti, l’onnipotenza, che si manifesta con una tendenza a un certo disinteresse verso il mondo esterno (egoismo) e con una immagine di sé tendenzialmente grandiosa (che osserviamo nello sprezzo e nella vanagloria di molti giovani). Altri meccanismi di difesa narcisistici, correlati con l’onnipotenza, che fanno la loro comparsa in questa fase, sono l’idealizzazione e la svalutazione. Queste difese sono messe al servizio di un sostegno al Sé che avviene idealizzando una parte del mondo e svalutandone un’altra parte, collocando Sé stessi nella metà idealizzata, e ricavando da questo un senso di valore e stima di sé.

Sul piano delle relazioni, la perdita del mondo fatato dell’infanzia rende il Sé dell’adolescente particolarmente bisognoso di appoggio sul piano delle conferme narcisistiche. Non ci sono più gli adulti che ti dicono “bravo” e ti acclamano senza che tu faccia nulla. Come ricevere da adulto quegli stessi applausi e quei “bravo” che prima mamma e papà elargivano con gran magnanimità?

Le conferme arriveranno dalle relazioni dell’adolescente, che finiranno per improntarsi a modalità narcisistiche. Con questo intendo dire che l’adolescente non vede nell’altro, cioè nell’amico/a, nel partner, nell’allenatore, nell’insegnante ecc., un altro diverso da sé con cui intrattenere una relazione fondata sulla reciprocità. L’altro viene più usato come specchio, serve quindi a rimandargli un’immagine di sé, che consolidi la sua autostima e sia fonte di una rappresentazione desiderabile di sé. In altre parole l’adolescente tende a usare gli altri per sentirsi bravo. Le conseguenze di questo si possono immaginare: gli altri hanno tanto più valore quanto più svolgono la funzione di aumentare il suo “punteggio”, i “like” totalizzati.

 

 

Adolescenza lutto per la separazione

 

La fase adolescenziale è anche l’età in cui ci si separa dal mondo infantile e si diventa qualcos’altro che non ha più nulla a che vedere con l’infanzia. Ci riferiamo a questo passaggio come processo di separazione e individuazione. Si tratta di un doppio percorso che consiste, da un lato, nel disfarsi e nell’abbandonare l’identità e il mondo affettivo precedenti, e dall’altro nell’individuarsi, cioè costituirsi, come una persona adulta, separata e diversa dai genitori.

La separazione, come tutte le separazioni, avviene con una certa dose di ambivalenza. L’adolescente la desidera ma ne ha paura. Egli ha timore di lasciare le sicurezze infantili per il rischio che l’autonomia si riveli fonte di incertezza e sofferenza.

È per questo che l’adolescente è preso spesso da sentimenti di natura depressiva. La tristezza e i momenti di scoraggiamento spesso hanno a che fare con la sensazione che diventare grandi  significhi essere abbandonati a una condizione di esposizione e di rischio, con il rimpianto che le avvolgenti sicurezze dell’infanzia siano state perdute per sempre.

 

Adolescenza e compiti evolutivi

 

Il lavoro di Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoanalista, ci fornisce fondamentali contributi per comprendere le vicissitudini e i fenomeni di crisi che possiamo osservare negli adolescenti e nei genitori, e per orientare un intervento. Pietropolli Charmet, ha elaborato un originale modello teorico e applicativo di psicoanalisi dell’adolescenza definito “Teoria dei compiti evolutivi”. Questo modello si fonda sulla convinzione che la crescita sia scandita da compiti evolutivi o di sviluppo, compiti di adattamento fase specifici, che entrano in relazione con i contesti di crescita dell’individuo.

Secondo Charmet, esistono due prospettive da cui analizzare e interpretare le crisi adolescenziali: da una parte quella classica delle varie teorie psicoanalitiche, che le riferiscono al passato del soggetto. Da questo punto di vista i turbamenti adolescenziali, le sue crisi e i suoi stati di sofferenza, devono essere letti come espressione di conflitti infantili irrisolti che, a seconda delle scuole psicoanalitiche, hanno varia natura.

Secondo G. Pietropolli Charmet è indubbio che i fattori conflittuali del passato siano importanti nel determinare certe crisi adolescenziali, ma sostiene che anche un altro fattore può spiegare parte dei disagi, dei comportamenti apparentemente illogici dei sintomi che osserviamo in questa fase. Tale fattore è rappresentato dalla necessità per l’adolescente di affrontare dei compiti evolutivi che possiamo considerare alla stregua di “pulsioni”, cioè spinte o motivazioni verso l’evoluzione e la crescita. “Se un adolescente sta male, […] è facile immaginare che qualcosa non abbia funzionato bene nelle fasi precedenti di sviluppo; è però assolutamente necessario anche ipotizzare che ciò che può essere all’origine della sua incapacità temporanea di godersi la vita sia la perdita della speranza di realizzare i compiti evolutivi” (Pietropolli Charmet G., Scaparro F.;1993, pag.11).

I compiti evolutivi fase specifici sono i seguenti: la separazione dalla nicchia affettiva primaria, l’integrazione dell’identità sessuata con conseguente mentalizzazione delle nuove peculiarità sessuali introdotte dalla pubertà, la costruzione di nuove identificazioni, la nascita sociale, cioè la capacità di inserirsi come soggetto competente adulto nella comunità , e infine la capacità di appropriarsi e utilizzare adeguatamente nuove possibilità di simbolizzazione. Tutti questi compiti sono importanti, non basta realizzarne uno; o tutti e bene, o altrimenti assisteremo alla crisi adolescenziale dietro la quale troviamo una situazione di “scacco evolutivo”. (G. Pietropolli Charmet, 1993).

 

 

 

Gli stati di sofferenza mentale in adolescenza derivano da situazioni di scacco evolutivo; l’adolescente in crisi percepisce di essere in più o meno grave ritardo nella realizzazione dei compiti evolutivi; ciò determina processi di rappresentazione del Sé gravemente deformati e l’innesco di forti angosce persecutorie e depressive. Nei confronti di tali angosce da scacco, l’adolescente utilizza meccanismi di difesa quali l’esternalizzazione, la concretizzazione, il passaggio all’atto e la fantasia di recupero maturativo, che organizzano la specifica morfologia delle crisi adolescenziali, generalmente caratterizzate da anomalie della condotta sociale, alimentare e sessuale.

La percezione dello scacco evolutivo determina generalmente forti preoccupazioni di natura depressiva nella misura in cui compromettono la rappresentazione affettiva del futuro e la capacità da parte del soggetto di intercettare la voce del vero Sé e intonare quindi il canto della propria vocazione. Smarrita la speranza di riuscire a realizzare i compiti di sviluppo, l’adolescente rimane privo di motivazioni adeguate per realizzare efficacemente il lavoro del lutto e il processo di separazione (Pietropolli Charmet G., Maggiolini A., 1995, p. 348 ).

 

L’adolescente nel contesto educativo delle famiglie odierne: dalla centralità della regola alla centralità della affermazione e realizzazione di sé

 

Per gli adolescenti odierni la realizzazione dei compiti evolutivi costituisce un percorso decisamente più complesso di quanto non fosse per gli adolescenti di un tempo, a causa del contesto socioeducativo attuale. La cultura affettiva dei ruoli familiari che tutelano l’attuale processo di socializzazione adolescenziale appare prevalentemente ispirata a valori di tipo materno. Nell’ambito della famiglia si è avuta infatti, negli ultimi anni, una sostanziale crisi dell’autorità paterna: i padri hanno cessato di essere figure normative e sono diventati figure empatiche e affettive come le madri  (Pietropolli Charmet G., 1990). In questo modo anche la famiglia è cambiata, “si è passati dalla famiglia etica a quella affettiva: i genitori di oggi vogliono trasmettere amore più che regole e principi astratti, desiderano farsi obbedire per affetto e non per paura delle sanzioni” (Pietropolli Charmet G., 2000).

Il passaggio dalla famiglia etica alla famiglia affettiva corrisponde al passaggio da un metodo educativo incentrato sulle regole a uno incentrato invece sugli affetti.

Anche senza andare troppo lontano nel tempo, il destino di un bambino che nasceva cinquant’anni fa era molto diverso da quello che gli è riservato oggi. Era accettata l’idea che per allevare i bambini, i genitori dovessero seguire comportamenti e regole vincolanti: alla nascita il bambino veniva fasciato e immobilizzato dalla testa ai piedi, poi veniva messo in una culla chiusa da veli per proteggerlo da stimoli esterni intensi, l’allattamento non era come ora a richiesta, ma le poppate dovevano avere intervalli rigidi. Quando il bambino piangeva la regola aurea diceva che doveva rimanere nella culla, anche quando strillava disperato. L’idea era che se fosse stato assecondato, avrebbe preso delle cattive abitudini. Un proverbio vittoriano diceva “risparmia il bastone e vizierai tuo figlio”. L’allevamento dei bambini di un tempo era caratterizzato da una serie di tappe piuttosto rigide, che dovevano essere superate, anche con l’ausilio di mezzi punitivi: lo svezzamento poteva avvenire con l’ausilio di mezzi drastici che convincevano il bimbo a non avvicinarsi più al seno come per esempio l’uso di mettere il sale sul capezzolo. L’educazione sfinterica avveniva con una quota di coercizione non indifferente: il bambino poteva essere, già dagli 8 mesi, segregato sul vasino (magari assicurato da una cinta perché non cadesse) per diverse ore al giorno, malgrado egli si opponesse come un disperato. Nonostante cercasse di muoversi oppure di allontanarsi dal vasino, doveva stare lì seduto; la madre gli chiedeva con insistenza di farla, strillando se non ubbidiva. A un certo punto il piccolo in modo casuale riusciva a dare ciò che gli veniva chiesto e per i genitori era una grande soddisfazione. L’evento veniva festeggiato in famiglia, come qualcosa di speciale. L’influenza negativa del training precoce ha probabilmente giustificato il fatto che Freud parlasse dell’importanza di questa fase, che nel gergo psicoanalitico viene definita sadico anale. Più avanti quando le costrizioni e le punizioni non sono più bastate per ottenere l’obbedienza, le madri hanno imparato ad alternare a dosi di amore e protezione alle minacce psicologiche: “ Continua così… e vedrai che tua madre non ti vorrà più bene!”. Erano strategie, queste, che attivavano una delle paure più profonde della natura umana, la paura di perdita della sicurezza. Certe frasi erano in grado di “fulminare” il bambino, suscitando una paura indefinita che come un tarlo rodeva dentro. La paura di perdere l’amore si tingeva immediatamente di sensi di colpa: “ Mi sono comportato male e per questo non mi vogliono più, è giusto che mi puniscano!”

Più di qualsiasi schiaffo la colpa agisce in profondità, come un tarlo, continua a lavorare di nascosto e provoca dubbi e autorimproveri. E per allontanarli non c’è altro modo, se non quello di cercare a tutti i costi la rassicurazione e le conferme di mamma e papà, anche se ciò significa compiacenza e sottomissione. In questo sottile gioco quotidiano di minacce e di rassicurazioni il bambino impara alla fine a comportarsi nel modo desiderato.

Agitare la minaccia dell’uomo nero, oppure del lupo, induceva i bambini a fermarsi, riconsiderare il proprio comportamento, a essere meno spavaldi, avere paura. Anche solo avventurarsi nel corridoio buio la sera diventava un’impresa.

Il padre aveva un altro ruolo nella famiglia, egli spesso lavorava tutto il giorno e i figli lo consideravano come una figura certamente affettuosa, ma anche e soprattutto severa. Se i bambini sbagliavano, e papà si arrabbiava poteva capitare che gli “fosse tolta la parola” anche per vari giorni. Il padre poteva continuare a parlare con la madre, ma si comportava come se  i figli non ci fossero, come se fossero morti. In questi casi i figli si sentivano mascalzoni, il senso di colpa diventava cosmico e l’unica speranza che avevano scrutando il viso del genitore in silenzio era che quella piega di rabbia intorno alla bocca sparisse, come segnale che si sarebbe tornati al tran-tran quotidiano. Ancora una volta ritorna prepotentemente in primo piano il senso di colpa. L’educazione della famiglia etica aveva come ingredienti fondamentali le regole e le punizioni, la paura e la colpa.

Il risultato di questo tipo di educazione era l’uomo colpevole, costretto a vivere tra sensi di colpa e i rimorsi, incapace di sentirsi in pace con la propria coscienza, con un super io che non dava tregua. Una tipologia umana molto diversa da quella odierna.

Oggi il percorso di educazione si realizza attraverso vie differenti. Fin dalla nascita le madri non cercano di imporre ritmi ma si sforzano di intercettare i ritmi naturali del bambino, di instaurare una relazione intersoggettiva con il neonato (rispondendo ai suoi segnali, gesti, sguardi ecc.). Il dialogo madre bambino è subito intenso, fatto di un complicato gioco di segni, turni, reciprocità. Sembra che ci sia un accordo di fondo: “Adesso tocca a me e tu mi ascolti, poi toccherà a te parlare e io ti ascolterò”. L’interazione acquisisce un ritmo, è come una danza a cui entrambi compartecipano. È così, attraverso una matrice relazionale entro cui il bambino riceve continui riconoscimenti e rispecchiamenti, che il bambino riesce a individuare la propria identità e il proprio Sé. Apprende chi è trovando la propria immagine negli occhi della madre. Lui esiste in quanto è guardato e pensato con amore.

I padri non entrano in scena nell’educazione dei figli in un secondo momento, come un tempo, ma partecipano fin dal concepimento all’impegno genitoriale ( il papà è presente alle ecografie, al corso preparto, e al parto, nei primi mesi aiuta la madre, si incarica di preparare il biberon la notte, cambia il pannolino, ecc.).

Questa tendenza educativa, che privilegia a ragione l’interazione, può essere fonte di problemi quando il bambino diviene il centro di gravità assoluto della vita familiare: i genitori si avvicinano al compito genitoriale con apprensione (“Saremo in grado?”), il figlio invade gli spazi della coppia, spesso anche letteralmente, nel senso che dorme nel lettone con loro, impedisce l’intimità sessuale (con il senso di onnipotenza che ne deriva – “Stanno insieme solo per me!”). I confini non esistono più, le giornate sono scandite dai bisogni dei figli, e che senso di onnipotenza e compiacimento sentirsi come loro, interloquire coi grandi, tenere banco fino a tardi al ristorante con gli amici di papà e mamma! I bambini “dominatori” delle famiglie del Film di Nanni Moretti “Caro Diario” rendono l’idea.

Spesso non c’è da parte dei genitori la capacità di porre limiti e regole chiare. Naturalmente, non le regole autoritarie del passato, però regole. Discusse, concordate, spiegate, ma pur sempre regole. Invece si cerca di ottenere il consenso dei figli su ogni cosa, tutto va contrattato e ricontrattato infinite volte. Non ci sono paletti fermi.

Le regole sono anche una protezione. Senza di esse il bambino viene esposto a un bombardamento eccessivo di stimoli. Se rimane in piedi fino a tardi, se viene esposto troppo precocemente a immagini televisive che non capisce, se si addormenta ovunque capiti, se è immerso in un universo di suoni e rumori, può sentirsi invaso e perdere la capacità di distinguere. Può vivere una profonda confusione da cui deriva un Sé lasso, un’identità incerta come incerto e mutevole è il mondo esperienziale in cui è immerso.

Un’educazione come quella impartita dalla famiglia affettiva, che non dà punti fermi, in cui i genitori sembrano dubbiosi e spaventati, incapaci di porre limiti e regole, che non sanno dire di no, che sperano di farsi obbedire solo attraverso il convincimento, è spesso troppo indulgente e permissiva, ha come ingredienti fondamentali la relazione compiacente e la scarsità di limiti, e ha come risultato il formarsi un’identità debole, priva del senso di realtà, tendente all’onnipotenza, che probabilmente rischia di essere soggiogata alle prime difficoltà.

Allo stesso tempo però, l’educazione della famiglia affettiva richiede ai bambini di adeguarsi ad aspettative genitoriali estremamente invadenti, pena dover subire dosi letali di disprezzo e disapprovazione. Il sentimento dominante negli adolescenti odierni non è la colpa ma la vergogna.

Nella società di un tempo l’obiettivo dell’educazione era quello di allevare nel rispetto delle regole e dell’autocontrollo. Era funzionale all’adattamento del soggetto a una società sostanzialmente sempre uguale a se stessa in cui erano ben definiti ruoli e compiti. Quel tipo di educazione non favorirebbe l’adattamento a una società eccezionalmente complessa come la nostra. I mutamenti sociali e tecnologici degli ultimi quarant’anni hanno impresso un’accelerazione mai vista nella storia dell’uomo, ai ritmi della vita collettiva. Il destino delle persone non è più evidente e scontato, è diventato oggetto di una costruzione personale complessa e difficilmente definibile a priori. I padri non sanno più quali specifici insegnamenti trasmettere ai figli perché faticano a vederne il futuro. Questa incertezza sui destini muta lo stile relazionale nell’educazione dell’adolescente. L’autoritarismo non è più efficace.

I nuovi modelli educativi devono foraggiare persone flessibili, capaci di affrontare situazioni mutevoli, con buone capacità sociali e comunicative. Non più conformismo e diligenza, piuttosto capacità di risolvere i problemi, usando un pensiero astratto e riflessivo e adottando percorsi diversi da quelli tracciati convenzionalmente. Dunque, abbastanza fiducia in se stessi e autonomia di giudizio, che implica autostima e autodisciplina, ma anche convinzione di potere in qualche modo padroneggiare il mondo circostante.

Ecco cosa tentano di fare i genitori. Abituando il figlio fin dalla nascita a muoversi in ambienti diversi e indirizzandolo verso i più svariati interessi, come lo sport, la musica, la ginnastica e le lingue straniere, vogliono implicitamente un figlio che sia flessibile duttile, capace di vivere in un mondo globalizzato, in mutamento continuo, in cui le certezze non esistono più.

Tutto questo ci spiega i motivi per cui un importante aspetto che presiede la crescita dei bambini è costituito dalle forti pressioni perché egli aderisca e soddisfi certe aspettative da parte dei genitori. Egli dovrà dimostrare di saper socializzare, di eccellere a scuola, di sapersela cavare, di avere valori adeguati, di avere tanti amici, di sapere legare con l’altro sesso. Il dispiacere più grande che un genitore vorrebbe evitare è quello di avere un figlio imbranato. E se il bambino non soddisfa le aspettative l’arma di dissuasione che lo aspetta e il disprezzo.

L’umiliazione ha degli effetti molto più deleteri della colpa, perché mina le basi stesse di un buon funzionamento psichico. Il Sé si nutre di ammirazione da parte degli adulti. Il bambino cresce solo se è guardato, se c’è un pubblico benevolo in grado di riconoscergli meriti, capacità, vittorie. L’umiliazione agisce in modo esattamente opposto e con l’andare del tempo produce mortificazione, cioè un dolore insopportabile che come una ferita indelebile si fissa nella mente e come un trauma condizionerà per sempre il funzionamento narcisistico. Da questo momento in poi la vergogna si impossesserà del soggetto, impedendogli di vivere adeguatamente le proprie esperienze, come l’amore per un coetaneo, il desiderio di amicizia, la spinta a prendere la parola in pubblico. In adolescenza la vergogna potrà impedire la realizzazione dei compiti evolutivi.

 

Per riassumere  possiamo affermare che gli adolescenti di un tempo erano sottoposti a un sistema educativo della colpa, mentre quelli di oggi sono sottoposti invece al sistema educativo della vergogna. Il primo genera conflitto, il secondo è peggio reperché genera un deficit narcisistico.

 

 

 

 

L’adolescenza è l’età della separazione

 

Per ciò che riguarda il compito evolutivo relativo alla separazione dalla nicchia affettiva primaria, ci chiediamo: perché avviene? L’adolescente si separa dalla famiglia perché esiste una tendenza intrinseca che lo spinge a rivolgersi verso l’esterno della famiglia. Tale separazione non si attua tanto nei confronti dei genitori intesi come persone fisiche: del resto le adolescenze attuali sono lunghe, i figli vanno via da casa molto tardi rispetto a un tempo. Piuttosto si tratta di una separazione psicologica. Un divincolarsi dal loro controllo. L’adolescente per separarsi deve eclissare l’immagine idealizzata dei genitori (il super papà o la super mamma dell’infanzia). La separazione è anche un disinvestimento del Sé infantile, idealizzato e rispecchiato dai genitori, in altre parole l’adolescente per crescere deve ”uccidere” il bambino perfetto di un tempo, quel bambino così carino a cui bastava respirare per essere applaudito. L’adolescente a volte dà l’impressione di non volere avere più niente a che fare con il bambino che è stato.

Queste separazioni non sono indolori per l’adolescente. I vissuti che le accompagnano sono essenzialmente tre: l’ambivalenza, il lutto e il senso di colpa.

Il processo di separazione dall’infanzia è ambivalente: l’adolescente, contemporaneamente, lo vuole, non lo vuole e lo teme. Questo si configura come un conflitto tra una tendenza conscia verso l’autonomia e un’area della mente inconscia in cui sono rappresentate le istanze di unione tra il bambino e la madre: il piccolo avvinto alla mamma fornisce una efficace immagine di questa parte in gioco. Il conflitto assume le sembianze di un processo decisionale: permanere nel mondo sicuro  dell’infanzia o andare al di là del muro, in un mondo magari meno protetto ma denso di opportunità di crescita? Così da una parte troviamo certe manifestazioni aggressive che spingono per la separazione (l’adolescente non vuole essere toccato, si barrica nella sua stanza, o ascolta la musica a tutto volume).

Allo stesso tempo, osserviamo però segni di lutto per questa separazione. Come se si trattasse di una partenza forzata dal mondo vissuto fin lì. L’adolescente barricato nella sua stanza è spesso triste per quel mondo infantile, incantato, che sta per svanire. Lo caratterizza il rimpianto la malinconia. La tristezza è l’epifenomeno di tale processo di separazione.

Infine, fa la sua comparsa il sentimento di colpa nei confronti delle macerie della propria infanzia. Si sente in colpa perché “uccidere” il bambino che è stato potrebbe deludere i genitori che a quel bambino si erano così affezionati. A volte questo è il problema: “non posso separarmi perché farei del male ai miei genitori o a uno di loro”. Un’insufficiente capacità di elaborare questi tre vissuti rischia di compromettere la separazione e quindi lo sviluppo.

Il processo di disinvestimento dei Sé infantili, anacronistici rispetto ai nuovi compiti, avviene attraverso il processo di elaborazione del lutto, che ogni separazione e perdita comporta, e attraverso un parallelo processo di ritiro narcisistico: entrambi implicano dei rischi. Il lutto può aprire le porte all’esperienza depressiva e il ritiro narcisistico può consolidarsi, divenire struttura ed esporre il soggetto alla possibilità di un’organizzazione mentale stabilmente caratterizzata da  deformazioni narcisistiche. Per evitare queste eventualità è necessario che il preadolescente riesca a investire per tempo nuovi e funzionali Sé (Pietropolli Charmet G., 2000).

Mentre in merito all’elaborazione del lutto e alla conseguente fisiologica tristezza non è necessario intervenire in alcun modo, se non attraverso gli abituali presidi educativi e relazionali, in presenza di adolescenti che abbiano fallito nel processo di elaborazione del lutto e siano perciò incappati nella depressione, è urgente organizzare degli interventi sussidiari, visti i rischi in cui può incorrere, nel tentativo di controllare il dolore ormai devastante, come l’uso di droghe, o il compimento di atti  delinquenziali. Distinguere la tristezza associata all’elaborazione del lutto da quella associata alla depressione può essere arduo. Allo scopo, può servire un’indicazione di massima: nel primo caso l’adolescente è triste perché ha perduto l’identità e il mondo infantile e perché soffre di una certa quota di mortificazione narcisistica (non si sente più il bambino unico, prodigioso, prezioso), nel secondo è depresso perché il processo evolutivo si è bloccato, ha rifiutato la sua identità sessuata, ha ucciso ogni futuro, è venuta meno ogni progettualità, dominano la noia, l’apatia e il senso di morte.

 

L’adolescente deve dare senso al suo “nuovo” corpo sessuato

 

Il secondo compito evolutivo che l’adolescente deve realizzare è quello della mentalizzazione della corporeità adulta e sessuata. Il corpo è centrale in adolescenza: le trasformazioni puberali, l’acquisizione della capacità di accoppiamento, le emozioni associate al desiderio e all’orgasmo coinvolgono la sua mente in un faticoso processo di donazione di senso degli accadimenti biologici e dei loro equivalenti psichici ed emozionali. L’adolescente deve dare consistenza psicologica al nuovo corpo. Il rapporto con il corpo è l’equivalente di un rapporto forzato con un perfetto estraneo che deve pian piano essere conosciuto e fatto proprio.

L’adolescente si trova a fare i conti con un corpo che sembra impazzito, che si allunga, che si allarga, che si deforma. Tutto il processo è lungo e comporta simmetrie e irregolarità: il corpo non cresce tutto insieme, può succedere che crescano prima i piedi così da farlo assomigliare a un pagliaccio, i visi a volte assomigliano ai disegni cubisti, un naso grosso che sovrasta una faccia che ancora deve crescere, oppure un volto che si allunga mentre il naso rimane piccolo. Il risultato è che in questa fase intermedia, gli adolescenti sono spesso mostruosi o ridicoli, e il ragazzo o la ragazza passano ore allo specchio scrutandosi, cercando qualcosa di famigliare in quello “scherzo della natura”, allarmati a ogni nuovo foruncolo e pelo che lo rendono sempre più irriconoscibile.

Il compito di ognun di loro è quello di accettare e fare propri questi cambiamenti, abituandosi alla nuova immagine di se stessi.

La centralità del corpo per gli adolescenti è subito evidente se si pensa alla quantità di azioni e riti, individuali e di gruppo, che lo coinvolgono: si abbiglia, traveste, dipinge, marchia in mille modi. Tutto questo lavorio sul corpo in trasformazione è uno dei segni, dei tentativi fatti per mentalizzare il corpo, cioè identificarsi con esso, “indossarlo” con dimestichezza; egli cerca di personalizzarlo e dargli una forma voluta per farlo proprio.

 

Non è più facile capire come funzioni questa macchina imprevedibile e invadente che è il proprio corpo. Ed esiti infausti del processo di mentalizzazione si hanno allorché l’adolescente vi vede un nemico con cui ingaggiare una vera e propria guerra.

Il corpo può essere considerato un avversario insidioso, una parte estranea del Sé, la sede del proprio persecutore, ed essere trattato di conseguenza, cioè disprezzato, temuto e odiato, oppure usato come luogo di proiezione delle parti inaccettabili del Sé.

Durante l’adolescenza, osserviamo numerosi disturbi incentrati sul corpo. La psichiatria fornisce precise definizioni psicopatologiche di questi disturbi. In realtà non si tratta di malattie, ma di modalità con cui gli adolescenti tentano di risolvere i problemi che la realizzazione dei compiti di sviluppo comporta. In questi termini, si possono interpretare i suicidi, le dismorfofobie, l’ipocondria, gli agiti sessuali e le condotte alimentari.

 

Costruzione del Sé adulto

Il compito centrale in adolescenza è quello di consentire che “sbocci” il Sé adulto che andrà a sostituire il “sé infantile”.

Il Sé infantile è il concentrato derivante da tutti i possibili rimandi e rispecchiamenti che si sono ottenuti fin dalla nascita nel nido famigliare. Attraverso gli scambi con mamma e papà, attraverso frasi come: “Sei bravo, bello, intelligente”, oppure “Papà è orgoglioso di te!”, il bambino ricava giorno dopo giorno informazioni preziosissime per costruire mattoncino dopo mattoncino un nucleo interno che gli dice chi è, quanto vale, quanta stima può nutrire per se stesso. In tale modo il costruisce il Sé.

Naturalmente le frasi con cui può scontrarsi fin dalla nascita o gli eventi vissuti nella famiglia possono fargli dedurre informazioni su se stesso di segno completamente opposto: “Sono incapace, non valgo, sono cattivo, non sono bravo come gli altri, perderò sempre”. In questo caso il Sé risulta decrepito, incapace di consentire l’autoaffermazione.

Si potrebbe pensare a questo punto che un Sé del primo tipo è sano mentre quello del secondo è “malato”. Non è così semplice. Un Sé sano è un Sé equilibrato, cosciente del proprio valore ma anche dei propri limiti, che deriva da ripetuti rispecchiamenti “onesti” da parte dei genitori, capaci di evidenziarne sicuramente il valore, ma che siano anche fonte di autoconsapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse, dei propri talenti e interessi . I rimandi devono essere realistici perché il bambino non cresca con l’illusione di essere qualcosa di diverso da ciò che è in realtà.

Stili educativi come quelli attuali, tendenti a idolatrare i bambini, a metterli sempre al centro dell’attenzione, tendono a creare una strana concezione di Sé come essere speciale, particolare, onnipotente. Onnipotenza tanto più grande quanto più grande è il disagio con cui il tema delle regole viene affrontato dagli adulti.

Il Sé risulta “debole” o perché è “gonfiato”, troppo onnipotente, o perché è ipotrofico cioè privo di valore. Il processo di costruzione del Sé adulto sarà compromesso in entrambi i casi (ecco perché parliamo di adolescenze narcisistiche). Nel primo caso sarà impedita la separazione perché al primo accenno di ingresso sulla scena sociale il ragazzo farà l’esperienza drammatica del non realismo della propria concezione di Sé e dei propri limiti. Il risultato sarà che si aggrapperà al mondo fatato dell’infanzia perché questa gli restituisce una immagine di Sé meno dolorosa di quella che gli riserva il mondo sociale.

Nel Secondo caso, invece, tenderà a restare nel nido familiare perché gli manca la forza propulsiva per uscire fuori.

Quando l’adolescente riuscirà a separarsi, dalla situazione protetta e rassicurante dell’infanzia, dovrà costruire una rappresentazione di sé adulto, non più sintetizzando informazioni che giungono dalla famiglia, ma ricavando e condensando rimandi sul proprio conto provenienti dagli ambiti extra famigliari: prima di tutto provenienti dai coetanei, dai gruppi frequentati, dalla scuola e infine da contesti adulti esterni alla famiglia (allenatori, preti, ecc.). In questo modo, pian piano, capisce chi è, qual è il suo posto nel mondo, quali sono le sue risorse, i propri talenti, le capacità, i limiti. Così avrà un identikit dell’adulto che sarà.

Uno dei compiti evolutivi più importanti da perseguire in adolescenza e anche la costruzione di un adeguato Ideale dell’Io che serva da riferimento, al quale ispirare la condotta finalizzata alla crescita e alla sopravvivenza. L’adolescenza serve anche a raggiungere questo obiettivo; avere valori di riferimento che orientino nelle scelte di tutti i giorni, conoscere le proprie tendenze, la propria vocazione, sapere su quale progetto futuro si sta lavorando, rispondere alla domanda su cosa si farà da grandi, riuscire a scegliere una foggia, una moda, un tipo di musica, uno sport, una squadra per cui fare il tifo, definire i propri idoli.

Ovviamente l’ideale dell’Io dovrà incarnare i nuovi valori della virilità e della femminilità, che sono in conflitto con i valori del codice del bambino che persegue altri fini: la sicurezza, l’appartenenza alla famiglia. Il soggetto deve quindi decidersi: o affida la sua sopravvivenza al codice del bambino oppure tenta la strada della femminilità seduttiva o della virilità audace e trasgressiva.

L’adolescente che non è ancora riuscito a costituire un ideale dell’Io, e a definire i propri valori di riferimento sperimenta un’intensa angoscia da scacco evolutivo.

L’adolescente senza ideali è disorientato, incapace di prendere decidere o di scegliere dalla cosa più banale alle più complesse questioni etiche, religiose, sessuali e sentimentali; non sa se amare o  odiare, se desiderare o temere ciò con cui entra in contatto, non sa cosa essere, cosa dire, come apparire, come inserirsi, e tutto perché gli manca la bussola di riferimento dell’ideale dell’Io.

L’adolescente senza ideali lo si vede ad occhio nudo, il suo look esprime un’accozzaglia di parti del Sé non integrate in un disegno identificatorio. La dipendenza dalla madre si esprime attraverso la pettinatura fuori moda, anacronistica rispetto all’età, gli abiti infantili; egli è compiacente, privo di un progetto personale, sballottato fra imitazioni subentranti, incapace di dire di no o di sì, condannato a essere tutto, sentendo di non essere nulla.

 

 

Adolescenza e nascita sociale

 

Un altro compito evolutivo centrale per l’adolescente è costituito dalla sua “nascita sociale”. Essa segna la conclusione del processo di separazione dalla nicchia affettiva primaria. Si profilano all’orizzonte nuovi oggetti d’amore: l’amico del cuore, il piccolo gruppo omosessuale, il gruppo eterosessuale, la coppia e il gruppo classe. Questi contesti nel loro insieme consentono il debutto sociale dell’adolescente e presiedono il processo della “nascita sociale”, cioè la trasformazione progressiva del “figlio-bambino” e dei suoi codici affettivi nel “cittadino sessuato” dotato di nuove competenze biologiche, cognitive e relazionali.

Il gruppo dei coetanei fornisce, una volta che si sono lasciati alle spalle i modelli familiari, i nuovi modelli identificatori, i nuovi riferimenti da cui ricevere rimandi per costruire l’identità adulta.

Può essere un momento difficile se il ragazzo ritiene di non possedere gli strumenti e i metodi per avvicinarsi ed essere accettato dall’altro o dal gruppo al quale vuole appartenere. Non basta dire “posso giocare con voi?”, come un tempo.

Il gruppo di amici svolge importanti funzioni mentali a favore della realizzazione dei compiti di sviluppo. In esso si verifica questa trasmutazione da bambino ad adulto, e non a caso, poiché nel momento in cui più individui si riuniscono in un gruppo, le menti individuali si interconnettono fino a formare un’entità nuova, una mente sovraindividuale gruppale che costituisce qualcosa di diverso dalla semplice somma delle menti individuali. Questa mente esprime un pensiero e un sentire nuovi, caratteristici modi di decidere, ricordare. S. H. Foulkes parla a tal proposito dell’emergenza di una matrice gruppale. L’appartenenza al gruppo consente all’adolescente di usufruire dell’apparato psichico gruppale per pensare “pensieri difficili”, che non riesce a pensare da solo, perché troppo dolorosi. Il gruppo, ridendo e scherzando, può produrre rappresentazioni anche molto complesse, a volte crudeli nei confronti dei genitori, dei propri membri, dei partner o addirittura del Sé, per i suoi travestimenti falsificanti.

 

 

La cultura del gruppo

 

La condivisione empatica iniziale, l’individuazione dello specifico compito del gruppo e la definizione delle metodologie che appaiono in grado di avvicinare l’obbiettivo costituiscono la trama della cultura affettiva del gruppo, che si sedimenta diventando tradizione, rito, valore ideale di riferimento. Una volta costituita, la cultura di gruppo diventa vincolante per i membri che sono egemonizzati nel prendere decisioni su temi essenziali relativi allo sviluppo: tutta l’area del galateo della coppia amorosa, della relazione con le sostanze, della trasgressione, dei valori dell’identità di genere, finisce per essere gestita entro la matrice gruppale. Trasgredire ai dettami della cultura gruppale è un atto grave.

Nel gruppo vige la legge dell’uniformità. Ogni forma di diversità è scoraggiata. Se un ragazzo si compra delle scarpe non “canoniche” verrà preso in giro fino a recuperare il “deviante”.

La fondazione di una cultura di gruppo e le forti pressioni verso i singoli perché aderiscano a questa, è funzionale al fatto che la partecipazione e l’appartenenza a quella matrice gruppale assicura come fosse un vaso alchemico la trasformazione e la crescita psichica.

 

Il sostegno evolutivo

L’appartenenza alla mente del gruppo svolge un’importante funzione di sostegno nella realizzazione dei compiti di sviluppo. Il gruppo sostiene nel compito di separazione dalla nicchia affettiva primaria poiché aiuta a essere distaccati e a volte addirittura spietati nei confronti dei genitori idealizzati dell’infanzia, consente cioè di effettuare l’uccisione simbolica degli oggetti infantili. Inoltre costituisce un ulteriore sostegno nell’elaborazione collettiva dei lutti e dei sensi di colpa che i singoli membri stanno vivendo a causa del processo di separazione dalla madre e dal padre, ma anche dalle rappresentazioni del proprio Sé infantile narcisisticamente superinvestito.

L’appartenenza al gruppo consente la nascita e lo sviluppo negli strati profondi della psiche dell’adolescente di nuove strutture psichiche. La cultura gruppale contiene norme e valori che vengono interiorizzati e si sedimentano sotto forma di struttura stabile che canalizzerà gli sforzi futuri per affermare la propria individualità, e realizzare le aspettative del vero Sé. Possiamo individuare in questa entità psichica l’ideale dell’Io, di cui la psicoanalisi si è occupata lungamente.

Il compito di sviluppo che è particolarmente sostenuto dal gruppo è il processo di nascita di un nuovo soggetto sociale. Da una parte, il ragazzo può partecipare a una microsocietà e fare quindi un’esperienza di socialità in cui potrà provare le sue capacità di interconnettersi affettivamente ad altre persone diverse dai familiari. Dall’altra il gruppo invita all’esplorazione e al viaggio, condotte che consentono di muoversi “oltre le colonne D’Ercole”, di avventurarsi nei territori non soggetti al controllo parentale, potendo così conoscere gli spazi sociali che lo vedranno protagonista come soggetto sociale adulto. Queste condotte esplorative fomentano lo sviluppo non solo perché alla base della nascita sociale; la dimensione avventurosa del viaggio possiede molti altri aspetti evolutivi: la possibilità di trovarsi in solitudine con i più disparati ostacoli cura l’onnipotenza infantile, accresce il senso di realtà, consente di entrare in contatto con i propri aspetti e quindi di conoscersi.

 

Il gruppo maschile e femminile

Il gruppo monosessuale si forma nella fase preadolescenziale e postpuberale. Ha funzioni che hanno a che fare con l’elaborazione mentale dei mutamenti fisici che la pubertà ha prodotto, quindi con il bisogno di dare un significato affettivo, simbolico, relazionale ed etico alla capacità di accoppiamento, alla capacità orgasmica e a quella generativa.

Nel caso delle femmine il problema è quello di comprendere e interiorizzare da una parte la nuova corporeità che si impone prepotentemente con segni visibili come per esempio le mestruazioni mensili e dall’altra i segreti relativi alla capacità di generare. Il gruppo di sole femmine sarà fondamentale per dipanare questa matassa.

I maschi hanno meno corpo da mentalizzare, per loro il problema è quello di riuscire a mentalizzare e controllare la forza e l’aggressività del proprio fisico. Il gruppo è funzionale a questo scopo, consentendo esperienze di ritualizzazione e controllo dell’aggressività attraverso sfide, gare, lotte, spinte e sgambetti nei corridoi scolastici. Così facendo, l’aggressività è canalizzata verso condotte che appartengono al ruolo maschile e cioè il corteggiamento e lo scambio amoroso.

Inoltre, il piccolo gruppo maschile, favorendo l’esplorazione e l’elaborazione dell’aggressività, favorisce la separazione dai genitori ideali ma anche da quelli reali. Svolge una “funzione ostetrica” nel senso che porta fuori dallo spazio famigliare materno il bambino non più bambino e svolge anche una funzione di iniziazione alla contrattualità nei confronti delle norme di stampo paterno presenti in famiglia, nella Scuola, nello Stato. Ne sanno qualcosa i docenti, che si confrontano con la tendenza dei gruppi di maschi a mettere alla gogna le istituzioni adulte e a dimostrare la propria autonomia.

 

 

Intervento di psicoterapia con l’adolescente.

 

Nell’intervento con l’adolescente o con i genitori, finalizzato ad affrontare situazioni di crisi, è necessario capire le ragioni di quest’ultima. Normalmente le difficoltà in età adolescenziale sono riconducibili a rallentamenti o blocchi dell’attività di realizzazione dei compiti evolutivi affrontati sopra. Il modello di intervento mette in primo piano i concetti di rappresentazione di Sé e dell’oggetto, scacco e bilancio evolutivo, crisi del mito affettivo prevalente, elaborazione del lutto, ruolo, processo decisionale e restituzione precoce. Una metodologia di intervento che, effettuando fin da subito e approfondendo l’analisi delle rappresentazioni di ruolo e i dolorosi conflitti che le contrappongono, è orientata ad abbreviare i tempi della consultazione attraverso una restituzione di senso tempestiva, in funzione della risoluzione dello scacco o blocco evolutivo dell’adolescente. Si tratta di un modello che tende a tralasciare il determinismo infantile della sofferenza adolescenziale, proponendo l’accento sugli eventi fase specifici dell’adolescenza.

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